Corsi di giornalismo, si impara (sempre) qualcosa…


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La sala Montanelli al Circolo della Stampa di Milano

Ieri ho partecipato all’ennesimo corso dedicato all’aggiornamento della professione. Forse tra i più interessanti, perché parlava di giornalismo sportivo, le varie tecniche giornalistiche tra giornali, radio e TV, passate per 165 anni di informazione.

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Prima pagina e scalinata storica

Mentre prendevo gli appunti mi accorgevo di diverse cose. Le elencherò:

1) forse erano tutti mostri sacri della suddetta professione, perché a parte la sottoscritta e altre due giovani donne, nessuno prendeva appunti. Ma devo essere impedita perché io li prendo per tutto…

2) un eminente collega tra i relatori (la Littizzetto direbbe Eminems! Sottolineando l’importanza del personaggio) ha informato noi tutti che “fare il giornalista non significa lavorare, non è un lavoro. È una passione che può trasformarsi in lavoro. Infatti, io modestamente ci vivo”. Ok, ora capisco perché si fa i Robin Hood quando ci sono “terga di giovani e meno giovani” a disposizione. (Ah, che vuol dire “modestamente”? Prende anche lei 2,50€ a pezzo?)

3) ha chiuso gli interventi l’ex arbitro veneto Paganin. Ci ha tenuti col fiato sospeso fino alle 13.20. Il suo non è stato un semplice intervento, ma una vera e propria lectio magistralis sullo sport, gli arbitraggi e il giornalismo sportivo. Un mega plauso anche sul troppo breve intervento di Sabrina Gandolfi. L’unica a parlare del ricco lavoro di cucina (evviva! c’è chi usa ancora questo termine!) che fanno i colleghi che ti permettono di andare in onda o uscire col pezzo. Un lavoro mai riconosciuto pienamente, ma ci voleva una donna per dirlo.

4) pezzo di conversazione tra colleghi: “quelli presenti in sala son certo tutti di qualche redazione, sennò che ci starebbero a fare?” “sì lavoreranno tutti. Mica partecipano quelli che non lavorano”.

Ecco, appunto…

Sv.S.

sV3va – make always a bad gals and fellas!

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