La vendetta è un piatto da gustarsi freddo – Fine –


di Roderigo di Brankfurten

Furente, Luigi spinse l’interruttore verde. Alcune luci lampeggiarono, poi più nulla. “Accidenti! Accidenti! – esplose – Ma cosa non funziona? Ho controllato centimetro per centimetro tutto il circuito! Il progetto è giusto. Si deve innescare, in modo controllato, la deformazione spaziotemporale. DEVO trovare il tunnel che mi porti in quel punto e a quell’istante!”
Luigi non aveva dubbi: anni di studi lo avevano portato a spaziare, con competenza, in diverse discipline scientifiche. Aveva divorato tutto lo scibile sul problema del tempo, si era avventurato a digerire tutte le teorie ortodosse e quelle più eterodosse sulla fattibilità dei viaggi nel tempo ed ora era riuscito a sintetizzare in un progetto ciò che gli avrebbe permesso, dopo anni di perenne stato di incazzatura, di tornare all’allegria del passato. Solo che adesso, al momento decisivo, chissà perché, le cose non funzionavano.

Continuò ad osservare. Ebbe un sussulto: “Ma certo! Che scemo! Che imbecille! Ho montato il primo componente con le polarità invertite!” Armato dei suoi strumenti, aggiustò le cose. “Allora: questa è una macchina del tempo: può funzionare in avanti oppure indietro. Per verificare il suo funzionamento, mi serve una prova inoppugnabile, che riesca a convincere pienamente anche me. Vediamo…che potrei fare?” Luigi girò lo sguardo verso i vari oggetti presenti nel suo garage, vide il giornale e pensò: “Già, se potessi avere sotto i miei occhi il giornale di domani, magari stampato altrove, potrei considerarla una prova certa”.

Detto fatto, Luigi regolò la sua macchina in modo da trovarsi in una città vicina l’indomani mattina. Sul taccuino appoggiato sul bancone scrisse la data e l’ora, inspirò profondamente, spinse il pulsante verde e…non sentì nulla, solo si fece buio. Poi ricordò di aver regolato il suo arrivo all’ingresso della cantina di un suo amico che stava in quella città. Accese la piccola pila tascabile e illuminò la porta che stava a circa trenta centimetri davanti a lui. Lesse il numero: era quello giusto. Una precisione assoluta. Rise tra sé: “Se avessi regolato la posizione all’interno, avrei potuto fargli sparire quelle bottiglie d’annata a cui tiene tanto. Nessuna effrazione nessuno scasso: un furto impossibile. Come si sarebbe lambiccato il cervello per capire. Senza riuscirci. Avrei poi potuto invitarlo a cena da me e quindi, piccolo gioco di prestigio, fargli ricomparire le sue amate bottiglie. Ma non è per questi giochetti che ho sudato questa parte della mia vita. E nemmeno per i soldi o per il potere: so che ne potrei avere in modo incommensurabile. Ma non è questo che mi interessa: è ben altro che potrà rendermi la mia pace perduta”.

Detto questo, salì lentamente le scale, aprì la porta (mai serrata col chiavistello: per questo aveva scelto quel luogo), uscì in strada e, lentamente, si avviò ad acquistare il giornale. Lo guardò: “E proprio la data di domani!” Lo intascò senza degnare di interesse le notizie pubblicate e si riavviò verso la cantina. Spinse un pulsante di un apparecchietto che teneva in tasca e, ancora una volta, non sentì nulla, ma … si ritrovò nella sua rimessa. Tolse il giornale di tasca, lo posò accanto all’altro sul tavolaccio e non poté `che verificare le due date consecutive. Guardò l’orologio: ciano trascorsi venti minuti. Dunque il trasferimento spaziotemporale nelle due direzioni “consumava” tempo. D’altronde doveva restare valida una qualche conservazione d’energia generalizzata e questo suo viaggio, calcolò, comportava una opportuna funzione di tempo, massa ed energia che restava costante. Si immerse nel ragionamento e, dopo un po’ di riflessioni, si disse: “Approssimativamente, dovrei essere qui tra una ventina di ore: alla malora tutto il resto. Inventerò qualche scusa, ma non mi posso fermare proprio ora”.

Tornò ad eseguire con cura le sue regolazioni. Poi si diresse verso la spider che ormai da tempo si trovava lì immobilizzata, apri il bagagliaio e ne estrasse un pacco ingombrante che portò con sé nel punto in cui avrebbe attivato la sua “macchina del tempo”. Spinse il pulsante verde e, ancora una volta non sentì nulla. Si trovava sempre nella sua rimessa, solo che la spider non c’era. Guardò l’orologio e pensò: “Ecco: è successo tra pochi minuti”. Uscì in strada. C’erano le solite persone che andavano e venivano, chi dirigendosi al lavoro, chi tornando dagli acquisti. Camminò ancora per un tratto, poi svoltò a destra: in fondo alla breve via, a quell’ora deserta, stava, con la meravigliosa essenzialità della sua linea slanciata, la spider che Luigi, con infinita pazienza e infinito amore per le cose belle, era riuscito a rimettere a nuovo, cercando in centinaia di rigattieri, robivecchi, demolitori, tutti i vari pezzi originali per riportare alla vita, splendente, quel gioiello di auto. Tutti gli elementi erano originali, perfetti, ripuliti con l’estrema cura che solo l’appassionato sa dare all’oggetto della sua passione.

Le ruote e i copertoni, in particolare, gli erano costati mesi e mesi di ricerche e dì lavoro minuzioso. Ed anche grande attenzione era stata posta nei retrovisori esterni, perfettamente cromati e lucidi. Osservò soddisfatto e quasi commosso la sua “creazione”, poi, guardando l’orologio, il suo volto si rabbuiò, la mascella si indurì, stringendo con forza i denti e, rapidamente, Luigi si allontanò dall’automobile portandosi dietro un angolo. Lungo la strada camminava, bighellonando, un ragazzotto che pareva non aver nulla da fare. Si guardava in giro con noncuranza, fischiettando, con le mani in tasca, un motivetto che Luigi ricordava essere stato alla moda una decina d’anni prima. Luigi ricordava anche il ragazzo, le occhiate invidiose che gli lanciava quando lo vedeva passare con la sua spider, occhiate invidiose cui si aggiungevano lampi d’odio quando, accanto a Luigi, si trovava una delle belle ragazze del paese che ritenevano eccitante una corsa su una macchina così antica, ma contemporaneamente così nuova e, soprattutto, bella e unica.

La strada in cui si trovava parcheggiata la spider era deserta. Il ragazzo, dopo essersi guardato un po’ intorno, smise di fischiettare, si avvicinò rapidamente all’automobile, tolse le mani di tasca e, mentre si inginocchiava, lo scintillio di una lama balenò tra le sue mani: lama molto ben affilata per l’obiettivo che si prestava a raggiungere. Mentre il serramanico stava iniziando la sua traiettoria verso il copertone della ruota della spider, la mano di Luigi afferrò il polso del ragazzo e glielo torse con la rabbia e la violenza accumulate in dieci lunghi anni.

“Sporco figlio di puttana – sbraitò Luigi, mentre, caduto il coltello, aveva iniziato a prendere a schiaffi il disgraziato – mi hai fregato oggi, cioè tanto tempo fa, e hai distrutto l’ultimo copertone esistente di questo gioiello. Ho giurato allora a me stesso di tornare e fartela pagare! Se ti ripesco ancora a ronzare attorno alle mie auto, ti assicuro che non te la caverai così a buon mercato!” Il ragazzotto, spaventato dalla rabbia repressa che aveva dovuto subire, pesto e dolorante, trascinandosi a fatica, nel più breve tempo possibile cercò di allontanarsi da quell’animale infuriato che ormai era diventato Luigi.

Luigi, ormai pago, lo lasciò andare. Aprì il suo misterioso involucro da cui estrasse alcune chiavi da meccanico. Con movimenti rapidi e sicuri smontò la ruota, tuttora intatta, e la sostituì con quella che aveva portato con sé nel suo viaggio attraverso il tempo: una ruota malconcia sulla quale avevano infierito, con violenza selvaggia, lame ben affilate di coltello che avevano aperto numerosi squarci. Una volta terminato di rimontare la ruota malconcia, Luigi mise quella ancora nuova nell’involucro assieme ai ferri e, fischiettando un motivetto allora in voga, premette ancora una volta il pulsante dell’apparecchietto che teneva in tasca.

Senza alcuna apparente variazione, dieci anni scivolarono in un lampo alle spalle di Luigi. Era di nuovo nella sua rimessa. La spider, monca di una ruota e sostenuta dal cavalletto, sembrava in attesa. Lentamente, quasi si trattasse di un rito, Luigi estrasse dall’involucro i suoi attrezzi e la ruota nuova fiammante che, in un battibaleno, fu rimontata al suo posto.
“Dovrò stare più attento d’ora in poi a non perderla di vista. Ma tutto è stato rimesso a posto. E anche la macchina del tempo…se la lascio, chissà che guai potrebbero combinare”. Lentamente, mentre il progetto della macchina del tempo si consumava in spirali di fumo dentro a un vecchio portacenere, Luigi cominciò a smontare, pezzo per pezzo, quella sua unica e pericolosa creatura…

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